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Stasera Cineforum al Cinelux: Cafarnao, Caos e Miracoli

Mercoledi 22 maggio 2019 alle ore 21.15, in replica domenica 26 maggio, presso il Cinelux di Livigno si terrà il cineforum dal titolo: Cafarnao Caos e Miracoli.

Trama
Cafarnao Caos e Miracoli si apre con il processo in tribunale in cui, curiosamente, la parte lesa è il dodicenne Zain. “Cresciuto”, se così si può dire, in una famiglia numerosa, egli, con un innocenza disarmante, accusa i suoi genitori di averlo messo al mondo senza dargli la possibilità di avere un’esistenza dignitosa.
L’udienza diventa l’occasione per ripercorrere la sua storia, ricalcando gli accenti miserevoli della sua vita, la mancanza di istruzione, le difficoltà economiche. La povertà infatti è una piaga di questo paese, il Libano, in cui tutto sembra abbandonato a sé stesso e lo stesso bimbo si ritrova a fare i conti con le colpe che sa di non avere. Il piccolo decide quindi di lasciare la sua famiglia e la sua casa e fuggire.
Da qui inizia una storia intricata e perturbata che si chiude con la denuncia ai genitori, che non avrebbero dovuto dargli la vita, sapendo di non avere la possibilità di rendergliela comoda o, almeno, felice.
E’ una contestazione ad ampio raggio contro ogni irresponsabilità genitoriale: c’è un appello nel film che va colto: i bambini vanno valorizzati sempre e comunque e non c’è situazione familiare o economica, che giustifichi la violenza morale o fisica. E si pensi ai fatti recenti anche in Italia, in cui, troppo spesso, tali principi sono trascurati e la violenza sui minori è sempre più frequente.

RECENSIONI VARIE, TRATTE DA INTERNET, DI QUOTIDIANI E RIVISTE, DA LEGGERE PRIMA E DOPO IL FILM PER AIUTARCI A CAPIRE MEGLIO LA SUA BELLEZZA, I SUOI PREGI, I SUOI MESSAGGI.
Zain è un bambino che ne ha viste troppe. Così tante da voler denunciare i genitori per averlo messo al mondo. Il sottinteso è che nessuno, da quel momento in poi, si è mai occupato di lui. Zain è uno dei bambini che crescono nelle baraccopoli libanesi, nel cuore gli batte la voglia di volersi ribellare a un destino ingiusto. Non sa che allontanandosi di casa finirà peggio, non immagina i terribili incontri che lo attendono, ma è proprio in questo suo candido non sapere che sta tutta l’essenza di un viaggio insieme di formazione, esplorazione, scoperta, confronto costante con la fame e il dolore. Imparerà a crescere malgrado tutto e tutti, il piccolo Zain. A farsi grande e uomo, a badare a un bambino ancora più sfortunato e affamato di lui, a sopravvivere contando solo sulle proprie esigue risorse.
Nadine Labaki ha la forza delle grandi narratrici. Con mano matura e consapevole alla sua terza prova dietro la macchina da presa non si spaventa a raschiare il fondo dell’oscurità, ma firma un dramma sociale di spessore di cui si fa avvocatessa – ritagliandosene anche il ruolo.
Senza timore di risultare retorica sceglie di raccontare le disavventure esistenziali quanto emotive di un ragazzino come quei tanti di cui ignoriamo, o fingiamo di ignorare, l’esistenza. Ecco allora che Cafarnao diventa un commovente grido di denuncia, un film fondamentale per ricordare ciò che accade nel mondo tutti i giorni sotto i nostri occhi, per raccontare i tanti Zain sparsi in giro per il pianeta.
Se poi accanto alla denuncia vibra il pathos di una storia carica di umanità che sa toccare ed emozionare fino in fondo, allora il film diventa indimenticabile. Come gli occhi magnetici del piccolo Zain.
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Cafarnao significa pasticcio, confusione, un insieme disordinato di oggetti. Ed è anche la città della Galilea dove Cristo iniziò la sua predicazione. L’idea di titolare così il suo film è venuto a Nadine Labaki osservando la lavagna sulla quale aveva scritto tutti i temi che voleva trattare: l’immigrazione clandestina, la povertà, l’infanzia negata, la nozione di confine e di burocrazia. Così tante cose da essere assieme un bel pasticcio. Eppure, affidandosi ad attori non professionisti, che riesce a guidare con grazia e un pizzico di ironia, aiutata da un budget importante che le ha permesso di seguire i suoi interpreti per più di sei mesi, attenta più a porre domande che a fornire risposte, la regista è riuscita a realizzare un melodramma potente, che partendo dalle baraccopoli del Libano diventa metafora delle povere esistenze di mezzo mondo.
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Vengo da un Paese che è un punto invisibile sulla mappa, dove non esiste alcuna industria cinematografica». A parlare è la regista e attrice Nadine Labaki, gli occhi scuri e profondi, lo sguardo sicuro da pioniera. Prima autrice libanese, futura Presidentessa di Giuria di Un Certain Regard a Cannes, intanto il suo nuovo film Cafarnao ha compiuto il suo trionfale cammino – dallo scorso Festival di Cannes fino ai Golden Globes e agli Oscar – portando a casa premi, applausi e candidature.

Labaki ha fatto della lotta all’invisibilità la sua cifra artistica, e nel suo ultimo film ha scelto proprio i più invisibili di tutti per protagonisti: i bambini delle baraccopoli libanesi, come Zain Al Rafeea, nato nel 2004 in Siria.

Considera il cinema come mezzo di riflessione sociale e politica. Perché? È per me ormai una missione e una responsabilità: il cinema può, se non cambiare le menti delle persone, sicuramente alimentare il dibattito, creare domande. Sa dare un volto a termini che sentiamo ripetere, come “guerre”, e guardare chi le vive e le attraversa con empatia, comprendere le loro emozioni, le loro paure. Il cinema serve a questo, a capire meglio la natura umana. Tutti conoscono la realtà, è sotto gli occhi di tutti. Ma guardarla attraverso gli occhi di un bambino stra-ordinario come Zain è un’altra cosa.

Non dev’essere stato facile girare una storia come questa, in primis per gli stessi bambini. No, infatti. Il protagonista Zain era in una situazione complicatissima nella vita reale, solo il set era un posto sicuro, ma fino al giorno successivo tutti stavamo in pensiero per lui. Situazioni fragili e pericolose che mettevano ansia a ognuno di noi. La nostra soddisfazione oggi è che tutti i bambini che hanno partecipato al film sono salvi e vanno a scuola… Anche solo per questo fare il film ha avuto senso.

È per questo che si è ritagliata il ruolo di avvocatessa, per stare vicino al suo protagonista e difenderlo anche sullo schermo? Ho tagliato moltissimo di quel personaggio perché mi sembrava l’unico finto, rischiava di togliere forza e verità al film, che doveva avere e ha per protagonisti esclusivamente i bambini. Con loro ha girato in maniera tutt’altro che classica, archiviando centinaia di ore di materiale, lasciandoli piena libertà di espressione… Avevano bisogno di totale libertà. Non potevo permettermi una lavorazione classica, o avrei paralizzato la storia. Poi i bambini ovviamente non avevano un copione in mano: li abbiamo seguiti per mesi, chiedendo loro di reagire, non di agire, creando intanto attorno a loro il giusto contesto per esprimersi. Ecco perché ho chiesto a mio marito di produrre il film, o non avrei avuto la libertà che mi serviva.

Una libertà che ha pagato, guardando tutto il percorso che ha fatto il film finora, i premi e i riconoscimenti ricevuti. È soddisfatta? Molto, anche se per me l’importante era portare all’attenzione di tutti la problematica di questi bambini, ce ne sono davvero tanti come i nostri Zain e Sahara. A Cannes, come agli Oscar, sapevo di essere di fronte a una platea che poteva e può davvero fare la differenza e cambiare le cose. Solo questo era importante, ci pensavo ad ogni singolo incontro. Steven Spielberg per dire ha visto due volte Cafarnao e mi ha invitato a cena con pochi altri filmaker per parlare del film, di come l’avessi fatto, di come fossi riuscita a renderlo così, parole sue, emozionante.
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