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Ben is Back: cineforum sulla Dipendenza da droghe negli adolescenti

Vi invitiamo al film CINEFORUM di MERCOLEDI’ 6  E DOMENICA 10 FEBBRAIO ALLE ORE 21.15 al Cinelux di livigno.
Il film è BEN IS BACK e tratta il tema del rapporto familiare tra un adolescente drogato e l’amore e determinazione di sua mamma.

Trama
Film sulla dipendenza dalla droga, sulla famiglia, sulla forza del rapporto delle madri con i figli, il tutto condotto con una regia attenta e sobria in un racconto che dura solo 24 ore, quelle della vigilia di Natale, su due binari paralleli, quello del dramma umano personale e familiare che tuttavia ad un certo punto della storia conosce i temi ed i ritmi di una vicenda che si tinge di giallo, un thriller per dirla con il linguaggio più caro agli americani. Un figlio drogato attualmente in comunità nel tentativo di disintossicarsi, giunge inatteso alla vigilia di Natale a casa dove la sua apparizione getta sconforto, disappunto, paure e tensioni nella sorella e nel nuovo marito della madre, festa nei suoi due nuovi fratellini, un misto di sorpresa, fiducia e diffidenza nella madre. Il film sta soprattutto nel rapporto madre e figlio. La prima che le prova tutte per salvare sia il figlio che la sua famiglia, l’altro combattuto tra la volontà di uscirne, i tanti rimorsi, il timore di non riuscirci. Ed è nella notte che nella loro città, per certi aspetti sconosciuta alla madre perché diversa da quella del giorno con misteri ed angoli bui, con una inimmaginabile umanità reietta, perduta, smarrita, buttatasi via, ha inizio questo strano, misterioso e pericoloso viaggio in auto con i due apparentemente alla ricerca del cane di casa. In verità inconsapevolmente si ritrovano alla ricerca dei perché di un passato recente in cui le colpe, le disattenzioni, le superficialità anche professionali (quelle del vecchio medico di famiglia ad esempio), gli impensabili cattivi maestri, affiorano a galla per cercare un percorso che faccia finalmente intravedere una luce al termine del tunnel. Lo spettatore non sa come va a finire, però intuisce che comunque la madre non cesserà di cercare il figlio, perché una madre non smette mai di cercare il figliol prodigo.


RECENSIONI VARIE, TRATTE DA INTERNET, DI QUOTIDIANI E RIVISTE, DA LEGGERE PRIMA E DOPO IL FILM PER AIUTARCI A CAPIRE MEGLIO LA SUA BELLEZZA, I SUOI PREGI, I SUOI MESSAGGI.
Il racconto di un padre: «Sono andato nel bosco della droga di Rogoredo per riprendermi mio figlio»
Dalla dipendenza al ricovero in comunità: «La scuola e i sogni bruciati dall’eroina. Lì a Rogoredo è un bosco di spettri»
«Sono entrato al boschetto di Rogoredo per riprendermi mio figlio. È un limbo di spettri». La testimonianza drammatica ma combattiva è di un papà coraggioso. Il figlio è l’ex fidanzato della studentessa di cui il Corriere ha scritto nei giorni scorsi. Hanno cominciato a bucarsi insieme, ragazzi della stessa scuola, quindici anni lei, diciassette lui. Il padre torna indietro nel tempo: 4 giugno 2017. «C’era la festa di fine scuola media della sorellina. Mio figlio si bucava da tanto tempo ma a casa ce ne eravamo accorti solo mesi prima, quando la situazione in un attimo è precipitata e lui se ne era andato da casa – ricorda -. Entravano persone di continuo, nel boschetto. Ho vagato per ore tra le siringhe, gli sguardi vitrei. Speravo di vedere mio figlio e allo stesso tempo avevo il terrore di trovarlo». Dentro non c’era.
«Mi è apparso davanti mentre tornavo verso la stazione di Rogoredo. Vomitava, aveva le convulsioni. Stava malissimo, in piena astinenza. Mi si è strizzato il cuore, chi non ha visto un figlio così non può sapere cosa si prova. Gli ho chiesto quanto ci voleva per farlo stare bene tutto il giorno, magari fino al giorno dopo. Mi ha risposto: 20 euro. Con un dolore infinito io glieli ho dati. Si è infilato dentro barcollando con me che lo seguivo come un’ombra. Si è iniettato la dose, mentre io mi voltavo dall’altra parte, perché quello era troppo, veramente troppo. Quando siamo usciti sembrava tornato d’improvviso lui. Era “fatto” ma in un modo strano, grato perché gli avevo procurato la droga. Siamo andati alla festa della scuola, ha visto sua sorella che suonava il clarinetto al saggio di fine anno, si è commosso lì, in mezzo a tutti. Poi abbiamo mangiato al buffet, siamo tornati a casa, si è fatto una doccia. Ha resistito fino a metà pomeriggio. Poi ha detto: “Devo andare”. È sparito per mesi».
Dal primo buco – nel 2015 – per due anni l’eroina è stata incredibilmente compatibile con la scuola: «Non aveva dipendenza fisica. Era solo più nervoso in casa, diceva più spesso la solita frase (“Mi state troppo addosso”), si chiudeva in camera… Ma quale adolescente non lo fa?». Non è facile per le famiglie riconoscere i segni del pendio che si inghiotte i figli portandoseli via. Eppure arriva il momento di rottura: quello in cui il ragazzo perde il controllo, il libero arbitrio, la libertà di scegliere le sue giornate. «Era innamorato dell’eroina e non vedeva nient’altro. Improvvisamente il rapporto con noi non esisteva più», testimonia quest’uomo forte, grande lavoratore, con la moglie operaia e l’altra figlia più piccola. Riprende il filo, faticosamente: «Gli mancavano solo 5 mesi al diploma, quando è crollato. Aveva il sogno di diventare un grande chef, come Cannavacciuolo».
Inizio 2017: il padre di notte gli prende il cellulare, indovina la password. «C’erano messaggi WhatsApp che parlavano di dosi, foto di lui e dell’ex ragazza con le siringhe – gli scendono le lacrime -. La mattina dopo gli ho chiesto conto, è diventato una furia. Come se avessi squarciato il velo di ipocrisia dietro cui si nascondeva, come se l’avessi smascherato in modo insopportabile». Ha messo la sua roba in uno zaino ed è uscito di casa. Al cellulare non rispondeva più, a scuola non si faceva vedere. Il diploma non l’ha mai preso. «Mi sono fatto accompagnare altre volte al boschetto superando l’orrore e la vergogna – dice ancora il padre -. Lui non mi vedeva neanche, totalmente perso». Da poco lo ha agganciato l’operatore di una comunità, ha accettato di curarsi. È l’unica possibile via d’uscita. «Sappiamo che sarà lunga, dolorosa. Che le ricadute non saranno fallimenti ma parti del percorso. Se mi dicessero che tra sei mesi mio figlio non c’è più, prenderei ferie tutti i giorni e lo seguirei ogni attimo, ovunque. Anche all’inferno».


Un padre, forte come l’amore di Massimo Gramellini
Impossibile non emozionarsi leggendo il reportage di Elisabetta Andreis sul padre milanese che entra di notte nel boschetto di Rogoredo alla ricerca del figlio. Impossibile non sintonizzare il proprio cuore sul suo, mentre si aggira in quella radura punteggiata da siringhe e popolata da spettri, sperando di trovarlo e al tempo stesso di non trovarlo. E impossibile non commuoversi quando finalmente lo vede, in piena crisi di astinenza, e si lascia estorcere i venti euro per la dose, voltandosi dall’altra parte al momento del buco. Si starà chiedendo perché è toccata a lui: dove ha sbagliato e come può ancora salvare il suo ex bambino che sognava di diventare chef, prima di perdersi nella nebbia dell’adolescenza e interrompere le comunicazioni. Il grande psicanalista e scrittore James Hillman direbbe che sono domande sbagliate. Che un figlio non è solo il prodotto del tuo Dna e dell’ambiente in cui lo hai fatto crescere, ma di un terzo fattore innato, che i greci chiamavano daimon e i latini genius, un bosco magico e misterioso in cui un padre e una madre non possono penetrare. Le chiavi di accesso le possiede soltanto il mentore, un estraneo di riferimento che può essere il professore, l’allenatore o lo psicologo, come quello raccontato dal Corriere che ha trovato l’approccio giusto per scardinare le difese di un’anima persa di Rogoredo e l’ha salvata. Un padre, dice Hillman, non può salvare suo figlio. Può solo amarlo senza capirlo, l’amore più potente e straziante che esista.


Figli e droga: i genitori lasciati soli e il sistema che non funziona
Dovremmo aiutare madri e padri ad agire prima, con il sostegno dei tribunali minorili, portando presto i ragazzi nelle comunità. Invece c’è troppa burocrazia di Antonio Polito
Ci vorrebbe un poeta per scrivere la Spoon River dei ragazzi morti per droga. A guardare le foto che sta pubblicando il Corriere nell’inchiesta partita dal bosco di Rogoredo, tutti quei volti di adolescenti che non ci sono più, vengono a mancare le parole. Ti ammutolisce un misto di rabbia per tanta bellezza sprecata, angoscia per quello che può accadere ai tuoi ragazzi, sconcerto quando senti dire che il problema è la proibizione, mentre invece è la nuova disponibilità, sotto casa e per tutti, di sostanze molto più letali di quando eravamo giovani noi. Le storie di chi non ce l’ha fatta, ed è morto nei bagni di una stazione a Udine o sulla barella di un ospedale dismesso a Roma, non si possono più ascoltare da chi le ha vissute. Di loro resta solo lo strazio dei parenti. Ma ogni tanto dal bosco spunta una voce che può ancora narrarsi in prima persona, perché ne è uscita, come la ragazza milanese che si è confessata l’altro giorno a Elisabetta Andreis e Gianni Santucci sul Corriere. E allora, da questi rari documenti provenienti dal fronte, capisci che il problema fondamentale è il tempo: quanto ce n’è tra quando un ragazzo prova la droga per la prima volta e quando non c’è più niente da fare? Lasciamo stare tutto quello che viene prima e dopo, e la solita sterile polemica tra chi vuole reprimere di più e chi vuole permettere di più. Tanto ormai nei fatti seguiamo tutti la stessa politica: quella dello struzzo, che insegna a mettere la testa sotto la sabbia e a non guardare, quasi come se ci fossimo rassegnati a questa tragedia generazionale, che suscita ormai meno allarme del bullismo sui social e delle slot machine, e convive con i negozi che vendono marjuana light agli angoli delle strade come fossero sigarette aromatiche. Proviamo invece a concentrarci su quell’attimo cruciale tra il primo buco e l’ultimo libero arbitrio, quando «hai ancora un piede dentro la realtà», come dice la ragazza del bosco, e puoi ancora ascoltare, se ti parlano. «Avrei voluto qualcuno che mi entrava in testa… Nessuno ci riusciva, da sola non potevo uscirne, però». Lei alla fine l’ha trovato, un angelo che le ha parlato. Un «operatore di strada» che non si è limitato a fornire siringhe sterili, che lavora in una comunità, conosce il cuore degli adolescenti e si è aperto una piccola breccia nella sua mente semplicemente con la parola. Ma quanti giovani hanno questa fortuna? E, se non ce l’hanno, che cosa possono fare i genitori in quell’attimo fuggente, tra quando sospettano che il figlio si droghi e quando è troppo tardi?
Forse il dibattito dovrebbe umilmente ripartire da qui. Perché oggi le cose sono messe in modo tale che anche i più determinati e coraggiosi dei padri e delle madri rischiano di dover aspettare mesi, forse un anno, anche più, prima di riuscire a trovare un posto per il figlio in una comunità, la casa fuori dal bosco dove i ragazzi si salvano. Si passa per una lunga e complessa trafila, che parte dai servizi sociali o dai Serd (servizi per le dipendenze patologiche), e inizia sempre con la risposta di prammatica: niente si può fare senza la volontà del ragazzo. Ma il ragazzo non vuole, mai. È ancora convinto di potersi «gestire», ha una fiducia illimitata e infondata nella sua ancora acerba neurobiologia. Mente, si nasconde, si ribella. E allora comincia il calvario ben noto a tanti genitori: le prime analisi delle urine, la battaglia del controllo (con chi vai? dove vai?), gli accertamenti tossicologici prescritti dalla legge, la scelta di un avvocato, il tribunale dei minori. Passano mesi. E se il giovane non ha ancora fatto danni ad altri, ma solo a se stesso, non è affatto detto che il giudice disponga l’invio in comunità. Per Desirée, la ragazza orrendamente predata e uccisa a Roma, il ricovero venne negato tre giorni prima che morisse. E se non vanno in comunità, dove vanno la sera? Nella piazza dello spaccio, tra le immondizie di un palazzo abbandonato, di nuovo nel bosco. Così si ritarda, oltre il limite, l’incontro con una presenza, con una persona, l’unica cura per le tossicodipendenze (e anche per altro). A giudicare da quello che leggiamo e vediamo, il sistema non funziona. È come se si fosse tarato su una progressiva riduzione del fenomeno, sperando di renderlo marginale. E oggi non riesce a reggere la improvvisa e nuova emergenza: nell’ultimo mese sono morte 25 persone, quasi una al giorno, 11 di eroina, 11 di sostanze non determinate, una di speedball, un’altra di cocaina, un’altra ancora di metadone non prescritto (sono i dati in tempo reale che fornisce il sito geoverdose.it). «Se aiutassimo i genitori ad agire prima, anche con il sostegno dei tribunali minorili, prendendo direttamente l’iniziativa di portare questi ragazzi nella comunità che dà loro più affidamento, saltando il filtro della burocrazia, forse qualche vita la salveremmo», dice Giuseppe Mammana, psichiatra e presidente di Acudipa, un’associazione per la cura delle dipendenze patologiche. C’è insomma chi vorrebbe liberalizzare le droghe e chi vorrebbe liberalizzare le cure. Forse varrebbe la pena di discuterne. Ma dove? La conferenza nazionale sulle droghe, che una legge del ’90 stabiliva si dovesse tenere ogni tre anni per verificare l’efficacia delle norme ed eventualmente correggerle, non si riunisce da dieci anni. Importa ancora a qualcuno quel che succede nel bosco?

Il prossimo film CINEFORUM verrà proiettato nel mese di MARZO 2019 sempre alle ore 21.00 al CINELUX e sarà con il film A PRIVATE WAR (la vera storia della giornalista Marie impegnata a raccontare le atrocità in Iraq, Afganistan e Libia

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